Scritture di vita

L’uomo e la foresta

L’uomo e la foresta

Machu Picchu

Il boato provocato dalle esplosioni stuprava ogni altro tipo di suono nella stanza, assordando i timpani fino a divenire un suono muto.
Il silenzio ora rimbombava per tutta la vallata. Dalla finestra si scorgeva la montagna ricoperta di vegetazione fitta. Insieme, gli alberi formavano un puzzle di colori da lasciarti senza fiato. Pensò a quel panorama e a quanta poca cosa sia l’uomo in mezzo a una roba del genere.
Tutto attorno, le montagne sembravano come ritirarsi, confondendosi con la linea dell’orizzonte. Gli sembrò di aver già visto quel panorama. Socchiuse gli occhi per mettere meglio a fuoco; infine li chiuse del tutto e sospirò. Lo riconobbe e sorrise. Riaprendoli, vide chiaramente le Ande apparire in lontananza. Sentiva il rumore della pioggia scrosciante sovrapporsi a quello del ruscello.

Da tre settimane era bloccato in un piccolo ostello al margine della foresta. Troppo pericoloso avventurarsi per la valle, tutto solo, con quel clima. Di tanto in tanto, quando le condizioni metereologiche erano talmente avverse da impedirgli persino di fare una passeggiata nei dintorni, si fermava a contemplare il paesaggio dalla finestra, gettando lo sguardo il più lontano possibile. Come un pescatore che lancia l’amo della lenza tra le acque, aspettando qualcosa che abbocchi.
– Guardare al domani tenendo nella mente grandi obiettivi, è sintomo di un animo gentile. Ti aiuterà a percorrere la strada giusta nei momenti in cui dovrai affrontare scelte difficili. –  Disse una volta il proprietario dell’ostello, sorprendendolo in finestra. – Gradisci del mate?

Era un uomo sulla sessantina, una folta barba bianca e un bellissimo sorriso, nonostante i denti fossero quasi completamente consumati dalle foglie di coca. Magro da sembrare tubercolotico ma con due braccia forzute in grado di sollevare quintali di legna ogni giorno.
– Una tazza di mate non si rifiuta mai – rispose Ernesto.
– Ancora pochi giorni e la stagione delle piogge volgerà al termine, – aggiunse il vecchio – e con loro anche la tua attesa. Soltanto altre venti ore di cammino e giungerai alle rovine. Il tetto del mondo, no?
– Tutta questa vegetazione offusca i pensieri, – ribatté perplesso Ernesto – non trova?
– Tu credi? – chiese senza aspettarsi una risposta dal giovane – Una volta da bambino, in una giornata piovosa come questa, litigai con i miei genitori e scappai di casa, rifugiandomi nella foresta. Gridai al vento tutta la mia rabbia e inveii su dei poveri rami inermi, mutilando un albero fino a che la stanchezza non prese il sopravvento. Beh, sono trascorsi diversi decenni da quell’episodio. La rabbia è passata, io sono diventato quasi vecchio e i miei nove figli sono tutti grandi, ma quell’albero è ancora lì, immobile. I rami sono cresciuti ancora più forti e belli, a ricordarmi quanti fossi stato stolto.
Prese la tazza dalle mani di Ernesto, che rimase come colpito dalle sue parole, e guadagnò l’uscio della porta.
– Porta pazienza, giovane ospite, – aggiunse voltandosi indietro – il tempo cancella solo ciò che non è essenziale alla vita. Non importa dove andrai o gli anni che passeranno, questa foresta la troverai sempre qui. Dannatamente uguale a oggi. Ma le tracce di ogni passaggio, di ogni inquietudine, si potranno ancora respirare nell’aria, anche a distanza di secoli, come una sorta di eco impercettibile.

Machu Picchu

Ernesto riprese a fissare l’orizzonte, cercando di lanciare lo sguardo oltre la foresta. In un punto invisibile all’occhio umano, ma non al cuore di colui che sa guardare distante, lontano dal tempo e dallo spazio.
Lì, oltre la foresta, dove la pioggia smette di scendere a fiumi e il suo rumore è sostituito dalle grida strazianti di giovani madri inca.
Poco più giù, un emissario dell’impero giunge a cavallo da est, portando notizie dalla regina Isabella. La conquista era vicina. Giovani avventurieri spagnoli scacciavano tribù inca dalle montagne. Il caos sembrava come sprigionarsi da quella piccola valle, diffondendosi rapidamente nella storia e nella cultura di tutto il continente. E iniettando disordine, sofferenza e rabbia nel sangue dei popoli sudamericani.
È assurdo trovarsi a pochi kilometri da un luogo di tale devastazione e non riuscire a vederne traccia a occhio nudo, sopraffatti dalla bellezza della foresta all’orizzonte, pensò.

 

Machu Picchu. 2013

Machu Picchu. 2013

Erano un paio di minuti che si trovava lì, fermo a fissare la finestra, mentre fuori i bombardamenti continuavano incessantemente.
Un soldato semplice, tornato indietro per cercarlo, si accorse della sua presenza nella stanza e richiamò la sua attenzione.
– Comandante, mi Che, nos atienden.
Ernesto si voltò lentamente senza mai distogliere lo sguardo dalle montagne.
Riprese coscienza di dove si trovava, allungò la mano verso il fucile e si sistemò il cappello.
– Aquí estamos.

 

 

 

IL FATTO:

Nell’aprile del 1952 Ernesto Guevara de la Serna si reca in visita presso le rovine di Machu Picchu, tappa fondamentale per prendere coscienza della sofferenza dei popoli latinoamericani e formare l’anima rivoluzionaria del Che.

Dal suo diario si legge:

[Per l’uomo che lotta, perseguendo quello che oggi si chiama chimera, rappresenta il braccio teso verso il futuro, la cui voce di pietra grida solenne a tutto il continente: “città indoamericane, riconquistate il passato!”]

CUBA. Che Guevara. 1963 © Rene Burri

CUBA. Che Guevara. 1963
© Rene Burri