Scritture di vita

L’ultimo palleggio

L’ultimo palleggio

Fonte: www.worldofjohancruyff.com

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Johan piedi piatti. Johan scarpe rotte e ossa gracili. Johan, nove anni e il pallone più grande di lui. Corre da farti venire il fiatone soltanto a vederlo. Quando ti capita di vederlo al campetto non puoi fare a meno di fermarti a osservarlo. Sembra che dipinga con la palla attaccata ai piedi.

I ragazzi più grandi lo prendono in giro quando si presenta al campetto con gli scarpini mezzi rotti e i lacci legati attorno al collo.
– Dai, bimbo, facci vedere – sfidano e scherniscono il bambino, mentre gli lanciano il pallone addosso. Lui si avvicina ma non si scompone. Risponde nell’unica maniera che conosce. E non palla lunga e pedalare, come facevano in tanti a quei tempi. Semplicemente indossa gli scarpini e li dribbla. Dapprima lo lasciano fare; non oppongono resistenza e si fanno smarcare.
Solo dopo arriva il bello. Iniziano a partecipare e cercano di levargli la palla. Ma il ragazzino la nasconde sotto le gambe del più grosso e schizza via.
– Prendiamolo! – inveisce quello.
La faccenda si fa molto interessante, pensai.
Johan ride e dribbla tutti. Tutti. Corre come un gran figlio di puttana, fino alla porta. E segna. E non in una maniera qualsiasi. Con una finta mette a sedere il portiere ed entra dentro la porta con tutto il pallone.
Non era la prima volta che gli vedevo fare un numero del genere. Con questo giochino si era guadagnato a poco a poco il rispetto di tutti nel quartiere.

 

Fonte: cruyff.com

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Era un piovoso mercoledì pomeriggio quando mi convinse a lasciarlo venire con me.

A quel tempo lavoravo come magazziniere per l’Ajax, la squadra di calcio di Amsterdam. Mi convinse a venire al campo di allenamento della prima squadra, in cambio di lavoretti. Lucidare le scarpe, stendere i panni e ripassare le linee in gesso del campo. Cose così.
– Zio Henk – così mi chiamava – dopo che abbiamo steso tutte le magliette posso fare due tiri sul campo in erba?
Non era un gran lavoratore, a dire il vero, ma era di ottima compagnia. Adorava sentire gli aneddoti sui beniamini dell’Ajax e, quando poteva, si fermava a scambiare qualche passaggio con loro. O a chiedergli notizie sui campioni brasiliani.
Una volta fece a gara con il capocannoniere della prima squadra a chi faceva più palleggi di fila. Era un po’ impertinente ma i ragazzi sapevano che aveva talento. Iniziò Johan. Uno, due, tre, dieci, venti, cinquanta. Al settantesimo palleggio consecutivo la squadra, che nel frattempo si era raccolta sbigottita attorno al giovane, iniziò a contare ad alta voce:
– Settantuno, settantadue, settantatré… ottanta… cento.
Il cannoniere non raccolse nemmeno la sfida.
Ne contarono centocinquanta.
E se devo essere sincero, ogni tanto mi chiedo ancora fin dove sarebbe arrivato se non fosse stato fermato.
– Johan, hai fatto i compiti?
Johan smise improvvisamente di palleggiare e si voltò verso la tribuna. La mamma era venuta a prenderlo.
Aveva un’adorazione incondizionata per lei. Possedevano un modesto chiosco di frutta e verdura al n°92 di Tuinbeunstraat. Ma non se la passavano un granché bene. Gli affari, infatti, non andavano più da quando, sei mesi prima, il padre morì per un attacco di cuore.

Da allora, Johan la aiutava quando poteva. Bigiava spesso la scuola per fargli compagnia ma, non appena poteva, veniva con me al campo di allenamento.
Donna Nel, la madre, era contenta di vederlo giocare spensierato. Non immaginava minimamente cosa sarebbe diventato un giorno quel ragazzino gracile.
Per otto mesi venne tutti i giorni al campetto. Iniziò ad allenarsi con i coetanei e presto fu preso nelle giovanili dell’Ajax per volontà del capitano della prima squadra. Stravinceva tutte le partite che giocava, facendosi notare a destra e sinistra per tutti i campi di calcio del Paese.
Nel mentre, riuscii a far ottenere a donna Nel un posto come lavandaia allo stadio. La paga era discreta e avevano un tetto nuovo dove dormire, sebbene si spaccasse la schiena pulendo centinaia di magliette a mano ogni santo giorno.
Lui, invece, continuava a giocare e stupire. Andava a scuola, si allenava, studiava, dava una mano a casa, si allenava ancora. Il tutto, in attesa di tempi migliori. Studiava ogni sera fino a quando non crollava sul divano, ancora vestito.
Donna Nel guardava commossa il suo piccolo uomo crescere, gli dava un bacio sulla fronte e adagiava una coperta sopra.
Provava ammirazione per lui. E non era la sola.

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Il giorno in cui fui trasferito a Rotterdam, fu difficile dirgli addio.
– Tieni ragazzino, questi sono scarpini nuovi. Fatteli durare parecchio, capito?
La faccia stupita e gli occhi lucidi del bambino che ha appena incontrato babbo natale.
– Grazie, zio Henk!
Non feci in tempo ad accorgermene che già li aveva indossati e iniziava a palleggiare per provarli.
– Ora ti sembreranno un po’ grandi, ma sono fatti apposta per quando ti cresce il piede.
Non sembrava importagli molto.
– Ah, ho trovato anche questa, – dissi porgendo una vecchia maglietta della nazionale olandese – era rimasta solo quella col numero quattordici.

Mi guarda dritto in faccia.
Aveva il sole negli occhi.
– Il quattordici andrà benissimo.

 

Fonte: cruyff.com

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1817

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