pescatore di storie

Mio padre è Nick Drake

Mio padre è Nick Drake

(Monologo tratto dal provino per il Premio Siae 2019 – drammaturgia teatrale)

BIANCA: E tu, cosa fai quando torna a galla il tuo grande dolore?
Quando resti solo con il tuo grande, sacro dolore.
Guardi la televisione? Mangi il gelato? Oppure ti masturbi con il grande dolore?
Io, in genere, cammino, fino ad addormentarmi, fino a sparire.
E alle volte mi risveglio in montagna: fa freddo ed è quasi inverno.

A casa, in montagna, ci trovi di tutto. C’è una vecchia cassapanca con dentro la Bibbia, le medaglie del nuoto, il mercante in fiera e le musicassette. Oggi ne ho trovata una di Nick Drake. L’ho trovata senza custodia, buttata là, in quel cumulo di morte e ricordi che è una vecchia casa di montagna.
La cassetta è registrata a mano, c’è scritto a penna “Inverno ’89 – Nick Drake”.
Alla fine, ho trovato anche un mangianastri. Papà ci ascoltava la radio mentre era in bagno, prima di andare a lavoro, ore e ore a fare la cacca.
Allora ho messo su Nick Drake e ho iniziato a pensare a mio padre.
E finalmente ho un’intuizione: non ho mai visto Nick Drake e mio padre nello stesso posto.

In quelle montagne, in Abruzzo, non c’è mai stato Drake. E ora che ci penso nemmeno mio padre. Lo cerco, io lo cerco per davvero, ma trovo solo nuvole e un gran buco allo stomaco. È il buco della la mia voce che inghiotte: inghiotte e chiede, pretende la favola del lupo satollo, quella di Esopo… Me la racconti, papà?
Sì, la mia voce infantile vuole foreste e pecore da salvare, mentre la tua è lì – è qui nascosta con me -, e ride.
È sottofondo, ma il mondo adesso è un sottofondo che la mia voce ingerisce; e io sento la tua, rauca, ridere. Ridere, ridere, ridere… qualche secondo di te, poi la registrazione s’interrompe. Un piccolo squarcio e tu non ci sei più. Di nuovo. Il mondo in sottofondo si dilania e si trasforma in un gracchiante ronzio, nello scorrere della pellicola sul nastro.
Devo subito mangiare qualcosa, penso. Sì, devo inghiottire l’universo intero.
Così scendo a fare due passi, nel pieno bisogno della carne, in questo inutile paesino abruzzese.

A Calascio, provincia de L’Aquila, quando vado c’è sempre un macellaio, il suo nome non lo ricordo mai. È un lupo dagli occhi neri, il macellaio: ha due baffi enormi e quando mi vede mi chiama per nome.
Perché conosce il mio nome?
Mi dice: guarda che ho fatto, la Barbie con i lego ho fatto, il profiterole, guarda: li ho fatti io, li ho fatti per te. Con queste mani, bambina mia, mi dice. E poi si avvicina per abbracciarmi, il macellaio, ma ha le mani sporche di sangue e io voglio andare a casa, voglio solo tornare a casa.
Allora lui capisce e mi lascia andare. Fa ciao con i suoi occhi neri, mi osserva andar via con i suoi grandi occhi neri; mentre io divento grande e fuori inizia a piovere.

E così mi ritrovo in cammino verso casa. Con il mio sacro dolore cammino, sotto nuvole cadenti cammino, e sento in lontananza la musica, la tua musica: finalmente la tua voce.
Qua sta diluviando e lassù c’è mio padre, intrappolato tra una cassapanca e le nuvole.

Fa spesso così quando nessuno lo vede: si chiude in una stanza e suona. E, nel mentre, il mondo fuori va avanti. Lui suona, e il mondo chiuso a chiave – il mondo che io ho chiuso a chiave -, va avanti.
E sfilano gli inverni e le foglie prima sono gialle e poi vanno via: cadono, diventano melma, pozzanghera e alla fine spariscono.
Spariscono gli inverni, goccia dopo goccia evaporano. Vanno via, come mio padre, assieme a mio padre. Che ingiallisce e cade, come il grande dolore, diventa melma, pozzanghera e alla fine sparisce anche lui, assieme all’inverno.
Mano nella mano se ne vanno. E puntuali: tornano. Intrappolati tra una cassapanca e le nuvole.
Tornano, gli inverni tornano, gli inverni tornano, gli inverni tornano…
Mentre io, quaggiù, cerco solo di fare la mia parte.