Scritture di vita

45 giri

45 giri

Quand’ero piccolo rubavo i portafogli dei miei compagni di scuola. Solo per diventarci amico. Ti spiego: non prendevo neanche un soldo; gli sfilavo il portamonete dagli zaini e, dopo qualche ora, correvo da loro fingendo di averlo ritrovato in chissà quale angolo. Non sai che sorrisi giganti che mi facevano. E che soddisfazione a vederli riconoscenti nei miei confronti. Tutti grati mi presentavano alle loro madri poppute e mi invitavano a infiniti pranzi a casa loro.
Case vere. Con la televisione, gli studi dei padri che puzzavano di cuoio e la coca cola in frigorifero. Fiumi di coca cola, intere riserve.
Poi passavano gli inverni e queste abitazioni diventavano noiose. E con le case anche loro. Ma nel mentre avevo lo stomaco pieno di lasagne, le tasche gonfie di liquirizia e un santos da portarmi ovunque. Mica roba da poco.

A casa mia, invece, mi vergognavo un po’ a portare gli amici. Quando qualche genitore mi chiedeva dei miei, inventavo improbabili scuse e viaggi di lavoro nell’altro emisfero.
Mio padre aveva alle spalle un’onoratissima carriera come scassinatore; trentadue anni per la precisione. Prima di lui, mio nonno. E prima ancora il nonno di mio nonno. E così via, tutta la mia famiglia, sin da quando hanno inventato le porte e qualche ferro per sforzarle. O almeno credo.
Quando lo andavo a trovare a Regina Coeli tutti mi trattavano bene. Le guardie mi prendevano in braccio e mi facevano correre liberamente per i corridoi. Era famoso mio padre. Lo chiamavano “mastro Geppetto” perchè si diceva che con lame e martelli sapeva fare di tutto. Forse anche per questo iniziarono a chiamarmi “pinocchio”.

La mia fata turchina, Giovanna, era un po’ come una seconda mamma per me. Di lavoro faceva l’assistente sociale e mi veniva a prendere a scuola tutti i santi giorni che Iddio mandava in terra. Portava sempre vestiti dalle scollature generose e credo avesse un debole per mio padre. Forse anche per questo con me era molto buona. Ricordo che un’estate dormì anche a casa nostra. Facevano 35° all’ombra, la Germania Ovest vinceva i mondiali di calcio e per un periodo ebbi anche la sensazione di essere felice. Di lei amavo il fatto che le piaceva stare ad ascoltare tutto quello che mi passava per la testa. Adoravo anche una torta alla crema e pinoli che preparava il fine settimana. Quando compiei sedici anni sparì improvvisamente. Qualche anno dopo mi disse il parroco che era impazzita e si era ritirata in una comunità nei pressi di Capalbio.

Quanto alla prima, di mamma, non sarei in grado di dirvi un granchè. So solo che quando avevo quattro anni se n’era andata senza dire nulla. Prese con sè un paio di scarpe rosse che adorava tanto e, con loro, portò via anche il sorriso di mio padre.

Da grande avrei voluto fare il cantastorie. Come a Omero. Sedermi in mezzo a gente sconosciuta e raccontare tante storie. Vedere i loro volti dipinti di stupore. Narrare di porti sperduti nel Mediterraneo e donne bellissime ad aspettare eroici pescatori al ritorno da tempeste e naufragi.
Avrei giurato che di tanti mestieri mai e poi mai avrei fatto quello di mio padre. Da quando un tumore se l’era portato via. E con lui avevo deciso di seppellire la tradizione familiare di criminali o, come amava definirci nonno, funamboli di ciò che giusto. In bilico sul filo della legalità, a metà tra ciò che uno nella vita meriterebbe e quello che effettivamente possiede.
Mastro Geppetto voleva solo il meglio per il suo Pinocchio. Avrebbe desiderato che studiassi come tutti gli altri per poi entrare un giorno alla Fiat. Insomma un lavoro di quelli veri. Di quelli che ti danno le ferie un mese l’anno e magari con la tredicesima ti ci compri pure la macchina e porti i figli a mangiare fuori porta la domenica.

 

Invece mi trovo qui, alla fine di un colpo andato male. Un pinocchio grondante di sangue e rimorsi. A pensare a tutte le storie che avrei potuto raccontare. Di cui questa, la mia, ne è solo una tra le tante.
Perchè a volte sprechiamo l’esistenza, come un vecchio grammofono inutilizzato. Finchè non ti accorgi un giorno che stai prendendo polvere in uno scaffale. E la vera magia avviene quando riacchiappi quei due o tre vinili e, appoggiandoli nella console, riascolti una melodia che pensavi non ti appartenesse più. E rivedi, e rivivi, tutto. Come la prima volta. Quando negli occhi di quei bambini a cui rubavo il portafogli vedevo il volto riempirsi di un bianco sorriso mentre fingevo di averli ritrovati.
Perchè di quei sorrisi non avrei di certo potuto vivere. Ma almeno avrei avuto le tasche gonfie di liquirizia e un pallone da portarmi ovunque.

Fonte: http://www.yo-yoll.net

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Fonte foto di copertina: http://www.bartolucci.com